Autore Laura Ruggeri :: 21 Ottobre 2015

La popolazione umana è in rapida crescita. Dalla rivista “Science”, una ricerca rivela l’esistenza di una minaccia alla sicurezza mondiale nella perdita dei terreni coltivabili.

La perdita dei terreni coltivabili

Il fabbisogno alimentare è crescente, a causa del rapido aumento della popolazione mondiale. Fattori quali l’erosione del suolo, la perdita di nutrienti in esso contenuti e i cambiamenti climatici stanno portando a una drastica diminuzione dei terreni disponibili per la produzione di cibo.

Donald L. Sparks dell’Università di Delaware afferma che la ‘terra’ è la parte più superficiale del nostro pianeta, importantissima per supportare la vita.

L’uomo, continua Sparks, ha cominciato ad alterarla ben 10.000 anni fa, utilizzandola per scopi agricoli. Ad oggi il 40% della superficie terrestre è usato per soddisfare i fabbisogni alimentari umani, ma è stimato un incremento di tale percentuale a causa del crescente bisogno di cibo nel pianeta. Infatti, nel 2100 la popolazione umana raggiungerà l’incredibile cifra di 11 miliardi di persone. Secondo Sparks, una soluzione alla crescente richiesta di alimenti sta in un’ottimizzazione dell’uso delle coltivazioni già esistenti, piuttosto che in una loro espansione.

Analizzando più da vicino i fattori respondabili della perdita di terreno fertile, l’erosione dei suoli risulta il problema principale: infatti, essa supera la formazione di nuova terra disponibile. Inoltre, un altro problema riguarda la diminuzione delle sostanze nutrienti contenute nei suoli. A causa di ciò, è sempre più necessario utilizzare fertilizzanti di sintesi, i cui prezzi sono schizzati alle stelle proprio a causa dell’aumentata richiesta. Ma le fonti da cui i fertilizzanti artificiali sono ricavate si esauriranno col tempo. Per questo motivo, Sparks sostiene che è necessario escogitare nuovi metodi per permettere alle piante di assorbire in maniera ottimale i nutrienti forniti, onde evitare che essi vengano sprecati.

Su questo problema occorre riflettere e trovare soluzioni rispettose della delicatezza della natura. Il rischio sta, infatti, nell’incremento della fame nel mondo e nella possibilità di nuove ‘lotte per la terra’ tra nazioni.

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